L’amico a Genova – come scoprire in poche ore una città dai mille colori

Come già era successo per Padova, mi sono ritrovato a riempire dei vuoti temporali prima di una ripartenza con una short visit in una città che, a giudicare dagli ultimi accadimenti, potremmo definire un po’ come Mario de “Mio fratello è figlio unico” di Rino Gaetano: frustato, frustrato, derubato, sottomesso, represso, calpestato e odiato. Genova: una città mutilata che sorride e che si rialza, una città in cui ci si sente perduti, familiari, piccoli e stranieri.

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Il museo delle maschere mediterranee a Mamoiada

Un percorso esperienziale nelle viscere delle tradizioni carnascialesche 

Ribaltare e rovesciare il mondo, i ruoli, le gerarchie e tutta la consuetudine della quotidianità: questo è lo spirito del carnevale.

In epoca contemporanea, il carnevale è stato imbrigliato nella morsa delle feste a base di carri allegorici che in realtà hanno poco a che fare con l’origine di questa antica festività.

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Rovistando alla riscoperta di colori ed emozioni di Cagliari

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessantissimo articolo di Sergio Cagol dal titolo “Di overtourism, di diritti e di doveri” che vi invito a leggere. Le sue parole mi hanno fatto riflettere e così ho pensato di partire dal concetto di overtourism per l’articolo di questa settimana. Ho scelto di raccontarvi il porto di Cagliari e la passeggiata che lo costeggia. Voi direte: ma che c’entra con l’idea di turismo insostenibile? Beh, per la risposta dovrete attendere la fine.

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Padova in 24 ore: una città da scoprire, una città nella quale ritrovarsi

Mai e poi mai dedicare così poco tempo a una città, soprattutto se si tratta di un luogo che custodisce incredibili testimonianze storiche e paesaggistiche.

Però si sa, quando si viaggia capita spesso di trovarsi con mezze giornate da riempire e di avere poche ore a disposizione per poter visitare un luogo. È così che noi abbiamo scelto di scoprire Padova.

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Rovistando tra i paesaggi del sassarese alla scoperta del passato: Monte Baranta e Monte D’Accoddi

Quando si parla di archeologia della Sardegna si pensa subito ai nuraghi. La maggior parte di noi ne ha almeno sentito parlare, molti ne hanno visitato almeno uno nella vita. Oggi però vi racconto di due monumenti che con i nuraghi non hanno niente a che vedere ma che sono estremamente interessanti e belli. Per farlo ci spostiamo nel Nord dell’isola, nel sassarese, e cominciamo il nostro viaggio nei territori di Olmedo.

Qui si trova Monte Baranta, un complesso megalitico composto da due parti:

– una muraglia rettilinea, lunga 97m, che racchiude un gruppo di capanne quadrangolari, pluricellulari, in alcuni casi absidate; 

– un recinto-torre, alto 9m e con pareti spesse dai 4,15 m ai 6,50 m., con due ingressi a corridoio. All’interno una scala ricavata nel muro conduce a un cammino di ronda, presente su un piccolo tratto.

I primi studiosi ad averlo individuato hanno subito pensato si trattasse di un protonuraghe, una versione arcaica dei nostri nuraghi a tholos. Dovremo attendere le indagini e gli scavi di Alberto Moravetti per scoprire che si tratta di un complesso costruito nell’età del Rame, durante la cultura di Monte Claro (2500-2200 a.C. circa). 

Ci spostiamo a Ottava, frazione di Sassari dove incontriamo il santuario di Monte D’Accoddi, un unicum in Sardegna. La sua forma ha dato il via a molte teorie e leggende poiché simile a uno ziqqurat mesopotamico. Si tratta di un monumento legato al sacro, al religioso, che ha conosciuto due fasi costruttive: la prima risalente al Neolitico finale, durante la cultura di Ozieri (3900-3600 a.C. circa), in cui fu edificato il cosiddetto tempio rosso; la seconda della successiva età del Rame, fase sub-Ozieri (3600-2900 a.C. circa), fu realizzato il secondo santuario, che ingloba il precedente e che utilizza gli stessi elementi stilistici, tralasciando l’estetica a favore della monumentalità.

Ercole Contu avviò gli scavi nei primi anni ‘50 del secolo scorso, mettendo in luce il perimetro e le strutture del santuario. Si deve però attendere ancora un ventennio per gli scavi dell’interno del monumento. Sarà Santo Tinè ha trovare le tracce di un edificio più antico, del tutto simile all’altro ma di dimensioni inferiori. Sulla sommità della terrazza antica era presente il sacello del tempio, un vano rettangolare preceduto da un piccolo portico, in origine sorretto da pali lignei, così come il tetto a doppio spiovente. Le pareti di tutto l’edificio e il pavimento del sacello erano rivestiti di intonaco rosso (da qui il nome di tempio rosso). Gli scavi documentarono la distruzione del primo santuario a causa di un incendio.

Dopo l’incendio che distrusse il tempio rosso, fu costruito un nuovo sacello, una nuova piramide tronca e si ampliò la rampa di accesso.

Il santuario dopo la ricostruzione

  • Struttura a pianta rettangolare (37.50 x 30.50m), costituita da un ammasso di pietre e terra racchiuso da murature, il quale conferisce la forma di piramide tronca. 
  • Una rampa inclinata (lunga 41,50m e larga da 7 a 13,50m) conduce alla sommità. 
  • Sul lato orientale della rampa è presente una tavola di pietra con sette fori passanti, poggiata su sostegni litici, al di sopra una cavità della roccia. Questa è stata interpretata come ara per sacrifici.
  • Presente una più piccola tavola e un omphalòs (masso rotondo) sulla cui superficie sono presenti piccole coppelle.
  • Presenti nell’area anche edifici a pianta rettangolare a carattere cultuale.
  • Il santuario è circondato da un insediamento abitativo, ascrivibile alla fase di San Ciriaco.

Quale fosse la funzione dei due siti e quali le caratteristiche delle genti che li costruirono ve lo spiegheremo domenica 10 novembre in occasione dell’uscita archeologica nel sassarese. Sono ancora aperte le prenotazioni!

Isabella Atzeni

5 COSE DA NON PERDERE A CAGLIARI

Cagliari, una capitale del Mediterraneo a misura d’uomo. 

Vivere la città è il modo migliore per conoscerla, perché visitarla e basta non è mai sufficiente. Ecco perché scegliere di infilarsi nelle viuzze fuori dal circuito più turistico o fermarsi a parlare con gli abitanti di quel luogo sono alcune delle cose che contribuiscono a vivere un’esperienza diversa nel posto che stiamo visitando. Oggi cercherò di suggerirvi 5 attività da non perdere in città, 5 cose da fare che lasceranno un segno al vostro passaggio a Cagliari. 

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Villaggi abbandonati in Sardegna: una forma di dark tourism sempre più diffusa

Libri impolverati, documenti di varia natura in giro per il pavimento, bottiglie rotte, sedie, divani e finestre divelte: questo è lo scenario tipico che si trova nei tanti villaggi abbandonati in Sardegna.

In tutto il territorio isolano è possibile incontrare piccoli villaggi o edifici isolati, aree idustriali o minerarie dismesse che attirano ogni anno centinaia di visitatori. Parallelamente al viaggio per scoprire le bellezze naturalistiche, culturali ed enogastronomiche di un luogo si cercano paesi fantasma, luoghi che sono stati teatro di situazioni infelici, case abbandonate in fretta e furia, vecchie fabbriche da visitare per il gusto di vedere, sentire qualcosa che c’era e ora non c’è più per poi fotografare.

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Valle dei Cavalieri

Le righe che seguono sono frutto di un’esperienza di lavoro fatta nell’aprile 2019 grazie al progetto regionale “Maistu Torra” finanziato da fondi europei e realizzato dall’Ifold. L’esperienza si è svolta nei piccoli borghi che stanno subendo un forte spopolamento nell’Appenino tosco-emiliano ed era tesa allo scambio di esperienze legate alle tematiche del turismo sostenibile e responsabile.

Il racconto della mia work experience – capitolo I

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