Espresso in strada. Un caffè per sfidare la solitudine

Non avere niente non vuol dire mica rinunciare al meglio!

da Il sole dei morenti di Jean Claud Izzo

Un caffè per sfidare la solitudine. È questo il concetto alla base del progetto con i senzatetto, Espresso in strada, che prende vita, a Cagliari, nella tarda Primavera del 2019. 

Quali siano gli ingredienti capaci di alleviare una sofferenza è presto detto: un thermos colmo di caffè caldo, dei biscotti d’accompagnamento e un’ora di tempo da trascorrere tra i portici del quartiere Bonaria, nella speranza di intercettare qualche senzatetto che non sonnecchi o che non abbia lasciato, temporaneamente, la sua dimora di fortuna. 

Col nostro piccolo bagaglio, custodito dentro una sacca di tela, ci ritroviamo presto a scambiare quattro chiacchiere sul tempo con un gruppo di uomini già impegnati in un’animata conversazione. Bevono tutti il caffè ma “i biscotti, quelli no!”, dice un ragazzo, “ci sentiremmo dei signori e.. Non lo siamo”. Andiamo via, poco dopo e poco più avanti, un altro portico e un altro ripostiglio, “conoscete Mihai Eminescu? È stato il più grande poeta della Romania”. Ce ne consiglia la lettura quest’uomo dalla pelle bruciata dal sole, le rughe profonde, lo sguardo stanco, la bocca ancora impastata dal sonno. 

Nelle panchine non distanti dal porto, la nostra orbita si incrocia di nuovo con quella di due amici che ci confidano d’aver pensato, proprio poco prima, d’aver voglia di bere un caffè. “Che lavoro fate?”, chiede uno, ma il nostro non è un lavoro: avevamo un’ora di tempo, del caffè e abbiamo deciso di offrirlo a chi lo volesse. Distoglie lo sguardo, il nostro interlocutore, e dice: “è il lavoro del cuore” e a noi piace pensare che lo sia per davvero. 

La strada spinge, ogni giorno, le vite fragili di chi la abita ad affannarsi per soddisfare i bisogni di nutrizione, pulizia, recupero di beni d’uso quotidiano. Tuttavia, spesso e drammaticamente, quanto rimane trascurato è il senso di solitudine – identitario e sociale – che ogni sguardo negato conficca sotto la pelle di questi esseri umani invisibili.

Qui ad Ardesia pensiamo che il senso di appartenenza alla comunità circostante, anche di chi non ha un tetto sopra la testa, possa essere veicolato tramite un solo caffè. Un caffè espresso e che offra la possibilità di esprimersi a chi lo riceve e a chi lo dà, se si ha voglia. Un caffè che non vuole essere una mano generosa che si allunga in un dono né il gesto di un volontario formato per l’aiuto e l’ascolto. 

È, ambiziosamente, una toppa. Rimessa su quelle ferite identitarie di chi si sente un problema prima  ancora che un essere umano. Una pezza riposta sulla paura e la rabbia d’essere un argomento di dibattito, in termini di decoro e sicurezza, prima ancora e nient’altro che uomini e donne. Un cerotto sulla tragicità di sentirsi privati di tutto, anche di quei riti che forse un tempo venivano compiuti con gli amici o con i colleghi, fuori dalla strada, e che la vita di affanni ha strappato via insieme ad ogni altro bene e, talvolta, anche al senso di dignità.

Espresso in strada è un progetto che, dunque, custodisce in sé un fine ambizioso ma i cui ingredienti, al contrario, sono semplici: il solo tempo trascorso insieme, per bere un caffè, di chiunque abbia voglia di condividerlo. Non siamo formati per sapere cos’abbia inghiottito e reso invisibili questi esseri umani, nostri fratelli, che vivono faticosamente su questo stesso nostro lembo di terra assolato. Non siamo in grado di ridonar loro la dignità di uomini e donne che troppo spesso gli viene socialmente negata. 

Conosciamo bene, però, l’importanza di relazionarsi agli altri, di sentirsi parte di una comunità, di provare, di tanto in tanto, un’illogica allegria (come avrebbe cantato qualcuno) che può donare, ad una giornata sfibrante, un caffè e una chiacchierata con gli altri umani attorno. Conosciamo l’importanza di credere, di nuovo, di meritarsi un caffè e un dolce, di sentirsi – forse per la prima volta – dei signori e, nell’espressione di sé, di non dover “mica rinunciare al meglio”.
In fondo, chi ha detto che questa sia una missione difficile?

Sara Porru