La falsità degli stereotipi sulla comunità cinese in Italia: una chiacchierata con Francesco Yang

Non c’è da meravigliarsi se la poca informazione, quella scorretta o peggio falsa, rappresentino terreno fertile per la nascita di stereotipi, razzismi e paura del diverso. 

Sfortunatamente, anche la comunità cinese non è esente dalle logiche d’odio. Secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2018 i cinesi residenti in Italia sono 290.681, di cui 3.373 residenti in Sardegna, così posizionandosi al quarto posto tra le comunità straniere presenti sul territorio.

La maggioranza proviene dalla provincia situata a sud-est della Repubblica Popolare Cinese, lo Zhejiang, compreso Francesco Yang che si è reso disponibile a guardare nel fondo di alcuni tra i più diffusi stereotipi e a dire la sua sul perché, la gran parte di questi, non riflettano la realtà.

I cinesi non muoiono mai

Sorride, “questa è un falsità, ma di semplice spiegazione: i cinesi di prima generazione vanno all’estero per lavorare ma, non appena diventano un po’ più grandi, preferiscono tornare a casa e lasciare le attività commerciali ai propri figli. In Cina gli anziani stanno bene: basti pensare che in qualsiasi quartiere delle città ci sono dei parchi “per anziani”, come quelli per bambini ma equipaggiati di attrezzatura sportiva, dove i vecchi possono trascorre il tempo insieme ad allenarsi, giocare a carte e condividere una dimensione comunitaria che, certamente, è difficile replicare altrove. Poi, a dirla tutta, anche qui a Cagliari è stato celebrato il funerale di un signore della nostra comunità, nel cimitero di San Michele: aveva un carcinoma e ha chiesto di essere cremato. Così è stato fatto e le sue ceneri sono poi state riportate in Cina”.

Le attività commerciali sono finanziate dalla mafia cinese

“Sì, così dicono, e i cinesi sono tutti mafiosi! Anche questo è falso, ma richiede una spiegazione più articolata della precedente.

Mi spiego meglio: la mafia in Cina esiste ma in Italia sono convinto che non ci sia un’organizzazione così ramificata e forte. Certo, c’è chi delinque anche qua, ma non è un qualcosa che si può pensare di estendere ad una comunità intera. 

Il discorso della disponibilità economica per avviare le attività commerciali ha una motivazione ben lontana dall’immaginario collettivo delle cosche mafiose e delle attività illecite e, precisamente, va ricercata in uno degli elementi fondamentali della cultura cinese: il senso della famiglia, della famiglia allargata. Molto allargata, perché tutti ci diamo una mano, non solo nel rapporto tra genitori e figli, ma anche tra zii, cugini e spesso amici inclusi.

Ecco perché si parla di “guan xi”, termine che ha molti significati ma, per semplificare, vuol dire “amicizia”. La guan xi rappresenta un sistema di relazioni profondo tra i membri della propria famiglia (così come la intendiamo noi) e dona un senso di comunità familiare viscerale, diverso da quello occidentale. Ci si aiuta, ci si supporta e incoraggia grazie a un vincolo saldissimo di reciproca fedeltà e sostegno che vanno, tra gli altri, a giustificare anche il frequente aiuto economico.

Così, se qualcuno vuole aprire un’attività (o ha bisogno di soldi per qualsiasi altro motivo) e non ha tanta disponibilità economica, la soluzione non è la mafia ma la famiglia: tutti danno qualcosa in proporzione alla propria disponibilità, si fanno dei prestiti, chiaramente privi di interesse, ma non anche di interesse morale perché diventa di vitale importanza essere in grado, al più presto, di restituire quanto ricevuto. Attraverso questo sistema di aiuti si salda un legame di supporto, reciprocità e gratitudine, nonché di profonda fiducia, come dicevo prima spesso si aiutano anche amici di vecchia data (peng yu).

Senza tutto questo, senza questa capacità di fare rete e fidarsi gli uni degli altri, non sarebbe certamente possibile decidere di espatriare ed avviare attività nell’altro capo del mondo.

I cinesi non si vogliono integrare 

“Quanto di più falso. Se non volessimo integrarci, non staremmo qui, non ci sposeremmo né faremmo dei figli, non apriremmo attività. L’integrazione, però, è un processo che richiede del tempo. Un esempio di questa necessaria lentezza è la difficoltà di apprendimento di una lingua così diversa, in un lasso di tempo limitato dagli impegni lavorativi e dalle esigenze familiari. Per me, certo, è stato diverso perché sono nato qua in Italia, ma i miei genitori hanno faticato 25 anni per imparare a parlar bene l’italiano.

Ciò detto, credo anche che sia normale, quando si va all’estero, ritrovarsi a far parte di una comunità di connazionali, perché agevolati dalla comunanza linguistica e culturale. Mi viene in mente, ad esempio, quanto dice un mio amico che vive a Londra, circa il fatto che si ritrova a parlare molto di più l’italiano dell’inglese. Bisogna essere pazienti. Già noi giovani di seconda generazione parliamo la lingua, lavoriamo sì, ma con uno spirito di sacrificio e abnegazione un poco ridimensionato rispetto ai nostri genitori, e allora usciamo la sera e andiamo nei locali. Insomma c’è un gap generazionale che sono certo cambierà presto” 

I cinesi escono solo di notte

“Questo è vero! Siamo quasi tutti impegnati in lavori diurni e ci prendiamo giorni liberi non di frequente. Quindi si esce la notte, per fare una passeggiata, per stare con gli amici, anch’io preferisco una serata fuori ad una giornata al mare.”

I cinesi sono patiti del gioco d’azzardo 

“Molti lo praticano ma è interessante capire che, spesso, non è tanto una forma di ludopatia quanto piuttosto un modo di ostentare i soldi guadagnati col duro lavoro. Anche questa è un aspetto della nostra cultura diffuso: generalizzo e dico che ai cinesi piace ostentare vestiti di marca, auto di lusso, dare la prova agli altri della propria comunità che sei riuscito a raggiungere un certo stile di vita. In questo, mi sembra che non ci sia una grande distanza col modello capitalistico occidentale.”

I cinesi sopprimono le bambine alla nascita

“È un triste stereotipo che trae origine da alcuni fatti storici. A seguito della grande crisi alimentare che ha interessato la Cina negli anni ’50-60, per via dell’embargo commerciale americano e dei tre anni di disastri naturali, tantissime persone sono morte di fame e la povertà era tremenda. All’enorme incremento demografico e alla concomitante carestia, è seguita la famosa politica del figlio unico (giunta a completa abolizione nel 2015), misura che si reputava aver senso in un’ottica comunitaria, diciamo, e che comportò l’abbandono, non l’uccisione!, di tante bambine – nella speranza che qualcuno le crescesse e, al loro posto, nascesse un figlio maschio.

Tutto questo interessava solo le famiglie meno abbienti, come spesso accade, perché si poteva ovviare alla limitazione pagando una sorta di tassa. 

Ecco perché in Cina c’è un rapporto di una donna per circa 5 o 6 uomini ed ecco anche perché molti cinesi vanno in altri Paesi Asiatici a cercar moglie! Ma all’estero, e in Italia, dati ISTAT alla mano, la percentuale maschi/femmine cinesi si equivale. Per cui anche questo stereotipo è falso”

I cinesi mangiano cani e gatti

“Bè, come in ogni luogo che ha conosciuto la povertà, anche in Cina, durante gli anni della crisi alimentare, si è mangiato tutto ciò che si trovava. Al tempo, neppure il riso veniva coltivato perché aveva una resa troppo bassa. Mi raccontano i miei genitori che hanno affrontato quegli anni bui mangiando solo patate americane a mais. Insomma, vien facile pensare che in una situazione di così forte difficoltà si potessero mangiare anche i più amati tra gli animali domestici. D’altronde so essere successo anche qui, lo narrò perfino Antonio Gramsci in un suo libro, raccontando un aneddoto sul fratello il quale, colto dalla fame, portò un gatto al fornaio del paese e gli chiese di cucinarlo, già, la fame era tanta. Ancora, ho sentito dire, riferito agli abitanti di Quartu Sant’Elena, “quartese pappa cani!”, per una fama di consumo di carne di cane fattasi negli anni del dopo guerra.

È pur vero che esiste un festival in Cina, lo Yulin, manifestazione durante la quale si macellano e mangiano dei cani, ma è un caso isolato mal visto da tanti, tantissimi cinesi. Per spiegare questo consumo di carne, si potrebbe pensare al formaggio coi vermi: per tanti sarebbe impensabile mangiarlo!”

Con questo si conclude l’analisi dei più ricorrenti stereotipi che interessano i cinesi. Ancora molti altri se ne sarebbero potuti analizzare. Tuttavia, siamo convinti che già questo rappresenti un prezioso inizio per rompere il cerchio e, forti della conoscenza, ambire a ridurre la tensione sociale al decrescere dei pregiudizi.

Sara Porru