L’amico a Genova – come scoprire in poche ore una città dai mille colori

Come già era successo per Padova, mi sono ritrovato a riempire dei vuoti temporali prima di una ripartenza con una short visit in una città che, a giudicare dagli ultimi accadimenti, potremmo definire un po’ come Mario de “Mio fratello è figlio unico” di Rino Gaetano: frustato, frustrato, derubato, sottomesso, represso, calpestato e odiato. Genova: una città mutilata che sorride e che si rialza, una città in cui ci si sente perduti, familiari, piccoli e stranieri.

Al di là dei luoghi comuni raccontati dal grande Rino in musica, Genova è una città che ha tanti sapori ed è stata culla di tanti narratori del Novecento: da Bruno Lauzi a Luigi Tenco, da Gino Paoli a Fabrizio De André.

Inutile ripetere che poche ore non sono sufficienti per conoscere un luogo, ma sono abbastanza per restarne rapiti e capire che è assolutamente da inserire nella lista dei prossimi viaggi.

Scortati da un amico, il mitico Gabriele sardo d’adozione, seguiamo un itinerario che predilige principalmente le risorse storiche e culturali dei quartieri storici.

Genova è un groviglio di strade quasi spaventoso, se si gira in auto. A piedi il risultato è nettamente differente. Le direttrici che dal porto vecchio si iniettano verso l’alto la rendono davvero una città di salite e discese: una città addossata a una collina alpestre e schiacciata dal mare. In pochi minuti dall’ingresso in una di queste vie, si viene subito travolti da un inebriante profumo di cibo. Personalmente associo sempre ogni città a un profumo o a un colore; ad esempio, ricordo Istanbul come color oro e con un profumo di rose e incenso. Il colore di Genova? Beh, devo ammettere che è difficile. Io l’ho visitata al tramonto, era piena di luci tra le vie e in pieno clima natalizio con tanti colori caldi ovunque: direi una città a colori, senza distinzione!

Prima tappa: una focacceria. Oltre a essere goloso, sono un convinto sostenitore che per conoscere nel profondo un luogo, una tappa fondamentale sia necessariamente quella dedicata, con calma, al suo cibo. In questa città c’è tanto cibo da strada da provare; io ho provato delle focacce squisite sia farcite che senza alcuna farcitura. Sempre nella stessa focacceria ho potuto testare la farinata genovese, una torta salata sottilissima cotta ad alte temperature e a base di farina di ceci, acqua, olio e sale: molto buona, soprattutto appena sfornata!

La short visit prosegue per le vie. Nel poco tempo a disposizione abbiamo visitato la Cattedrale di San Lorenzo: un gioiello architettonico costruito a partire dall’undicesimo secolo, ridefinito poi in forme romaniche e successivamente gotiche che vale la pena di visitare.

Le viuzze sono tante e spesso è difficile scegliere quale strada prendere. Ci dirigiamo verso l’interno per giungere in una zona conosciuta come Campo Pisano. Questa zona venne ribattezzata con l’appellativo di Campo Pisano dopo la vittoria riportata dalla flotta genovese sui pisani nella battaglia della Meloria (1284). Secondo la tradizione, in questo luogo sarebbero stati confinati migliaia di prigionieri pisani, la maggior parte dei quali morì di fame e di stenti e fu sepolta in questo luogo. Oggi si presenta come un quartiere verticale con palazzine color pastello che si addossano l’un l’altra per occupare tutto lo spazio possibile.

Alcuni tra i luoghi più affascinanti, ma soprattutto ricchi di spazi nascosti che riservano sempre sorprese, sono i palazzi e le chiese. Io consiglio sempre di entrare in tutte le chiesette, ovunque vi troviate!

Così siamo entrati in uno dei tempietti trovati lungo il percorso. Io nella chiesa di Santa Maria di castello sono rimasto a bocca aperta, a partire dalla facciata, testimone di una architettura romanica di gusto lombardo nel cui portale d’ingresso è incastonata una cornice romana di spoglio con foglie e grifi che funge da architrave. All’interno, la basilica è organizzata in tre differenti navate con dieci colonne e quindici capitelli, sempre da materiale romano di spoglio. Notevoli le opere d’arte sacra custodite all’interno; una su tutte che mi ha colpito per il pathos del soggetto è il Cristo Moro, un crocifisso ligneo del XIV secolo al quale furono disegnati barba e capelli per renderlo più simile all’immagine del Cristo conosciuto dai fedeli. La cosa incredibilmente bella però è stata poter visitare il convento domenicano annesso, insieme con i due chiostri. All’interno abbiamo visto quella che un tempo era la biblioteca con lo scriptorium, un luogo dove i monaci trascrivevano e copiavano documenti e volumi sacri o letterari. Nella loggia di uno dei due chiostri sono visibili ancora le decorazioni pittoriche bicrome originali e nelle volte a crociera le figure di profeti. In una facciata del loggiato è presente una Annunciazione affrescata di buona fattura, eseguita da Giusto di Ravensburg nel 1451.

Proseguendo il percorso in città arriviamo fino al Chiostro di Sant’Andrea, uno dei luoghi più fotografati e dove io, invece, non sono riuscito a fare chissà quale foto. Il sito ha una storia pazzesca. Nel 1905, per proseguire nell’espansione urbanistica e per consentire ampliamenti e aperture di nuove strade, vennero demolite chiesa e convento di Sant’Andrea, verosimilmente risalenti al XII secolo. Siamo vicinissimi alla Porta Soprana, in prossimità di quella che è ricordata come la casa di Colombo. Prima di cancellare un pezzo di storia medievale, si decise di smontare in pezzi il chiostro del convento che ospitava monache benedettine in clausura e di custodirli in un magazzino di una chiesa. Solo nel 1922 si decise di ricostruire il chiostro, rimasto chiuso e dimenticato per circa 20 anni, in prossimità della stessa porta Soprana. Perché è da vedere questo chiostro? I capitelli delle coppie di colonne sono interamente istoriati con una varietà narrativa davvero interessante. Ad esempio, ci sono temi derivati dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, come Adamo ed Eva, la Fuga in Egitto, Daniele nella fossa dei leoni e il viaggio dei magi. Oltre ai soggetti religiosi, non mancano temi di argomento agricolo e pastorale, probabilmente allegorie dei mesi dell’anno, con scene di pascolo, di aratura, di trasporto con i buoi e figure antropomorfe e mostruose. Insomma, un altro interessante gioiello dell’architettura religiosa medievale. 

Per la pausa caffè serale siamo finiti ai Giardini Luzzati. I giardini sono un effimero e utopistico spazio che diventa realtà, sono una piazza diffusa di incontro, una piazza delle arti e dei diritti. E io sono rimasto per l’ennesima volta colpito perché in una delle pareti di una palazzina che si affaccia ai giardini (la parete del teatro della Tosse) è presente un bellissimo lavoro di un grande street artist italiano: Zed1. Sebbene abbia perso un po’ di vivacità nel colore, è qualcosa di davvero intenso. Infatti, l’opera dell’artista toscano lascia spazio alla libera interpretazione del soggetto tracciando però, con la sua solita e riconoscibile cifra iconica e tagliente, la linea di lettura: Un re, la massa di pecore e la pecora nera (che da il titolo all’opera). Il re è la figura del potere, la massa è quella sottoposta al potere, e poi c’è chi va controcorrente, riuscendo in qualche modo a sovvertire il potere del forte. Insomma, potremmo riassumere l’opera con questi termini: potere e ribellione, individualismo e collettività.

Ultimi giri nei carruggi per scoprire artigiani nascosti. Gabriele tira fuori un asso nella manica e ci porta a visitare un liutaio del centro storico: il liutaio Gianmaria Assandri. È stato un incontro breve ma intenso, poter vedere quelle mani che creano strumenti musicali da zero o riparano viole, violoncelli, contrabbassi e violini è stato davvero affascinante!

La mia short visit è arrivata al termine, dopo un passaggio d’obbligo in piazza dei banchi tra i mercatini di libri e vinili usati, è giunta l’ora di salutarci.

Genova è stata una scoperta spiazzante. Sicuramente fuori dai quartieri storici risulta caotica, a causa dell’assetto temporaneo della viabilità dovuto ai fatti degli scorsi anni, ma l’anima di questo luogo lascia un sapore piacevole.

Sicuramente un luogo da visitare con calma e con almeno tre o quattro giorni a disposizione, seguendo magari le orme dei brani di De André, di Lauzi, di Bindi e di Tenco per apprezzarne i lati autentici che mettono in risalto il carattere reale della città, possibilmente accompagnati da qualcuno del posto (che ne amplifica nettamente l’esperienza).  

Valerio Deidda

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