Stiamo mangiando (male) il nostro Pianeta

Tutto è connesso: le nostre azioni quotidiane hanno un impatto sul sistema in cui siamo immersi; le scelte alimentari che facciamo influenzano l’ambiente che ci circonda e il cibo ha un ruolo fondamentale nel disegnare il futuro del pianeta.

Per produrre e vendere sempre più carne si distruggono intere foreste, si sottopongono gli animali a trattamenti atroci e si inquinano acqua, suolo e aria. 
Questo sistema è insostenibile, ed è oggi finanziato con fondi pubblici europei, le nostre tasse. Greenpeace ha recentemente redatto un report a riguardo: la carne proveniente da allevamenti intensivi finisce a buon mercato sugli scaffali dei nostri supermercati, ma il suo prezzo reale è molto più alto, e lo paga il Pianeta.

DEFORESTAZIONE 
Il sistema agroalimentare è responsabile dell’80% della deforestazione di alcune delle foreste più ricche di biodiversità rimaste sulla Terra. Si deforesta per creare aree di pascolo e per produrre mangimi.

PERDITA DI BIODIVERSITÀ
L’agricoltura intensiva e in particolare l’allevamento possono essere considerati uno dei maggiori fattori di perdita di biodiversità a livello mondiale. In 50 anni, tra il 1960 e il 2011, la produzione di alimenti di origine animale è risultata responsabile del 65% della conversione dei terreni e dell’espansione delle terre coltivate a livello globale.

EMISSIONI
Il sistema alimentare è attualmente responsabile di un quarto di tutte le emissioni di gas serra che contribuiscono al cambiamento climatico, e quelle derivanti dall’allevamento (incluso il cambio d’uso del suolo) rappresentano il 14%.
Se non facciamo nulla, entro il 2050 le emissioni di gas derivanti dal sistema agroalimentare rappresenteranno più della metà delle emissioni derivanti dalle attività umane.

INQUINAMENTO DELL’ACQUA E DEL SUOLO
L’allevamento è uno dei settori che impiega e inquina più acqua. 
L’impronta idrica totale della produzione animale rappresenta il 29% di tutta la produzione agricola.
Fertilizzanti chimici, pesticidi e farmaci a uso veterinario provenienti da allevamenti intensivi o colture destinate alla mangimistica inquinano l’acqua e il suolo, risalendo, a volte, la catena alimentare.

Un animale, per crescere, necessita di acqua e mangime. Quasi il 90% dell’energia contenuta nel cibo ingerito dal bestiame viene persa per permettere la vita dell’animale, sprecando le poche risorse che abbiamo a disposizione. In questo modo, tra pascoli e terreni coltivati a mangimi, il bestiame sfrutta il 77% delle terre agricole del Pianeta, eppure produce solo il 17% del fabbisogno calorico globale e il 33% del fabbisogno proteico globale. Coltivare i campi in questo modo, anziché usarli per produrre cibo vegetale adatto agli esseri umani, è un modo inefficiente per ricavare energia e nutrienti dalla Terra, senza contare che l’allevamento è anche la principale causa della deforestazione.

Qualsiasi alimento di origine animale ha un’impronta idrica maggiore rispetto a un alimento vegetale, per via dello smaltimento di tonnellate di deiezioni animali. Infatti, per produrre un chilo di carne bovina servono 15.400 litri di acqua, mentre per ottenere un chilo di legumi se ne utilizzano solo 4.000. In pratica, un singolo burger di manzo ha un’impronta idrica media di 2.350 litri, cioè l’acqua che un essere umano beve in tre anni.

L’industria della carne non è sostenibile: produce da sola il 18% delle emissioni globali, più del settore dei trasporti. Il problema si aggrava ulteriormente se si pensa che i gas derivanti dal bestiame sono tanti e ben più dannosi della CO2, come il protossido d’azoto e il metano.

Nel 2021 l’Europa applicherà la nuova “Politica Agricola Comune” (PAC) ovvero l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei.
La PAC occupa una voce importante del bilancio europeo: quasi il 40% dei fondi complessivi. Ma questi fondi non vengono assegnati in modo equo. L’attuale PAC è fondamentalmente ingiusta poiché sostiene in modo sproporzionato grandi aziende di stampo intensivo e industriale, spingendo verso un continuo accorpamento e intensificazione, contribuendo alla scomparsa delle aziende agricole di dimensioni minori e più sostenibili.

Stefano Liberti (giornalista e scrittore di livello internazionale), per comprendere chi siano i padroni del cibo col quale nutriamo il nostro corpo e i nostri desideri, ha seguito la filiera di quattro prodotti chiave: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola ed il pomodoro concentrato. La conclusione dell’autore è che l’industria alimentare sta distruggendo il pianeta: l’attuale modello di produzione del cibo necessario a sfamare i miliardi di persone sulla terra (saranno nove miliardi nel 2050) non è più sostenibile. La finanza globale ha da tempo fiutato l’affare, insieme alle multinazionali del settore, trasformando il pianeta in terra di conquista e il cibo in semplice merce, svuotandolo del proprio valore, eliminando la stagionalità dei prodotti e piegando le logiche produttive a una sola variabile: i soldi.
L’intervista a Stefano Liberti.

“Sarebbe il caso di capire che il cambiamento climatico un po’ sta dentro il nostro piatto.” Queste le parole di Mario Tozzi, geologo, giornalista e divulgatore scientifico nonché noto personaggio televisivo. “Dopo la produzione industriale e ancora prima dei trasporti, ci sono senz’altro l’allevamento e la produzione agricola.”

Continua Mario Tozzi: “C’è chi è vegetariano e chi vegano, ma basterebbe già che le altre persone prendessero in considerazione l’idea di dimezzare i propri consumi di carne – specialmente di provenienza estera e industriale – per migliorare di molto la situazione ambientale”.
Una scelta che sarebbe significativa non solo dal punto di vista ambientale ma anche etico e salutistico.
Si tratta di una sfida di sette giorni per provare a cambiare alimentazione seguiti passo a passo. Andando sul sito (https://www.essereanimali.org/settimana-veg/) è possibile iscriversi e scaricare un ricettario gratuito, con proposte semplici e bilanciate dal punto di vista nutrizionale. Quattordici ricette salate, due ricette dolci, tanti consigli e una community di migliaia di persone che fa lo stesso percorso nello stesso momento. 

L’ultima campagna di azione di Slow Food si chiama FoodForChange (Cibo per il Cambiamento) https://www.slowfood.it/food-for-change/ e vuole coinvolgere i cittadini nel modificare le proprie abitudini alimentari di ogni giorno (senza stravolgerle)  e di comunicarlo al mondo. Perché se è vero che i nostri comportamenti possono fare tanto, l’obiettivo ultimo deve essere comunque quello di smuovere una volta per tutte chi è deputato a prendere le decisioni collettive.

Solo con la sinergia tra azioni individuali e politiche pubbliche si può dare una risposta credibile al cambiamento climatico e dunque un futuro alla nostra specie su questo pianeta.

Nicola Mura