Sinnai: arte e storie da vivere passo dopo passo

Quanta storia, quanta arte e quanti racconti sono nascosti nelle strade delle nostre città? L’interrogativo è d’obbligo come punto di partenza per entrare davvero nel mood giusto che ti porta a scoprire il luogo che hai deciso di visitare. Oggi vi racconterò cosa ho trovato durante una passeggiata nel luogo in cui vivo. 

Sinnai è il paese nel quale vivo e che lentamente sto abitando. Il concetto di abitare è davvero bello, spesso le persone lo usano solo per la sua accezione di risiedere materialmente in un luogo fisico; a me piace dargli un senso più profondo, cioè quello per cui un luogo lo conosci abitando i suoi spazi, sentendoti parte e anzitutto conoscendo ciò che quel luogo è stato prima che tu ci arrivassi. 

Passeggiando per le vie del centro storico di Sinnai è facile intravedere come gli ultimi due secoli  abbiano chiaramente definito la sua forma urbanistica. Infatti, ciò che prevale è la tipica casa campidanese a corte, sinonimo di una società basata sul lavoro agro pastorale. Ancora oggi è possibile ammirare antiche case di notevole pregio, non solo dal punto di vista architettonico ma per il gusto nel decorare i giardini e le corti mantenendoli con equilibrio tra il tradizionale e il contemporaneo. Certo, come in tutti i migliori borghi e paesi non manca il tipico “non-finito sardo”, sul quale ci si potrebbe soffermare ore ed ore ad argomentare.

I luoghi sono fatti di persone, a Sinnai di persone ne sono passate tante e alcune di queste sono rimaste nella storia e nella memoria collettiva per le loro azioni. Una di queste è stato Benvenuto Dol, nato in Francia e trasferitosi a Sinnai nel 1854, il quale aveva in appalto le saline di Cagliari. Il Dol si costruì una casa nell’attuale piazza di Chiesa e contributi notevolmente allo sviluppo del paese (ancora oggi i locali che ospitano la biblioteca e l’archivio Comunale sono conosciuti come Casa Dol). In primis, avviò un’azienda agricola nella vallata malsana di Geremeas e nella tenuta di Is Murdegus a Sinnai, già di don Giovanni Besalduch, abbandonata da molto tempo e portata a nuovo splendore con il nome di Bellavista, dotandola di moderne e razionali tecniche di coltivazione. Non solo, pare che lo stesso Benvenuto Dol decise di costruire e aprire a sue spese una farmacia per gli abitanti, la prima di Sinnai, che venne data in gestione al chimico Stefano Todde nella quale i farmaci venivano venduti sottoprezzo al pubblico. Insomma, un uomo d’altri tempi che aveva capito che la sua fortuna doveva essere condivisa con tutti gli abitanti.  

Ma di storie Sinnai ne custodisce sicuramente tante altre! Senza dubbio in giro nel paese ci sono tanti elementi che potremmo considerare come dei grilli parlanti: uno su tutti il murale nell’edificio di Via Eleonora d’Arborea 1. I più adulti lo ricorderanno bene perché dagli anni ’60 l’attuale stabile della Asl era sede della scuola primaria, e quindi in tanti ne ricordano addirittura la realizzazione. Il murales venne realizzato nel 1964 da Foiso Fois e ha come titolo “La Rinascita”. Pochissime sono le informazioni che riguardano la realizzazione di quest’opera, tante invece ne abbiamo sull’artista. Nato a Iglesias nel 1916, figlio di uno storico direttore delle miniere di Monteponi, Foiso Fois è stato fra i pittori più rappresentativi ed innovativi degli anni ’50 in Sardegna. Attraverso le sue opere ha segnato il punto di rottura con la rappresentazione folcloristica nell’arte sarda, portando freschezza nel linguaggio e nei soggetti rappresentati: è lui a portare le lotte sociali, le lotte operaie e la sua personale visione politica in pittura. È ricordato non solo per il suo contributo all’arte dal punto di vista della produzione artistica ma anche per la sua produzione teorica. Corposa, infatti, è la sua bibliografia legata all’architettura medievale e al disegno. Ma torniamo al dipinto, che di fatto possiamo considerare come uno dei primi interventi muralistici in Sardegna: perché fare un murales nel 1964 e dargli quel titolo? E cosa raffigura esattamente? Visto che la letteratura a riguardo è quasi del tutto inesistente, analizzando l’opera e facendo alcuni incroci storici potremmo pensare che l’artista fu chiamato a Sinnai all’interno di una serie di iniziative volute per la Riforma agraria in Sardegna, in fase di avvio dall’allora Assessorato alla Rinascita. Infatti, il murales rappresenta in modo eloquente un uomo in primo piano con in mano una falce e delle spighe di grano, chiaro emblema dell’agricoltore e quindi del lavoratore (che peraltro potremmo anche associare alla crisi del comparto minerario e all’avvento del petrolchimico in Sardegna). Alle spalle diversi simboli: architetture lineari, finemente incise nell’intonaco del murales, rimandano alle fabbriche del petrolchimico che si congiungono a degli archi che si chiudono in uno spazio con un bambino che porta dei libri in mano, simbolo della cultura e della scuola. Quello che colpisce maggiormente è il monumentalismo dell’uomo in primo piano. Attraverso segni netti incisi e sottolineati con il colore nero, quasi simulando la xilografia a lui tanto cara, dà risalto alla figura del lavoratore in modo nettamente espressionista facendolo diventare soggetto e predicato dell’opera con un intenso significato politico e sociale. 

A pochi passi dal murales incontriamo un altro interessante spazio, certo concepito come elemento decorativo più che come piazza di incontro ma è bene citarlo perché al centro di una piccola fontana, all’incrocio tra via Roma e Via Perra, è posizionata una pietra di Pinuccio Sciola di difficile datazione (probabilmente inizi anni ’90 ma sono in corso degli approfondimenti). I legami tra  Fois e Sciola, artista di San Sperate scomparso nel 2016, sono molteplici: oltre ai legami artistici, tra i due c’era una grande amicizia. Fois, inoltre, fu tra gli artisti attivi e sostenitori del Paese museo, diversi infatti sono stati i suoi interventi artistici nelle pareti del paese. È bello, a mio avviso, avere un dialogo verosimilmente non voluto tra queste due opere che evidentemente parlano tra di loro a bassa voce, senza che nessuno (ahimè) davvero le noti. Ma questa pietra non è l’unica opera di Pinuccio Sciola presente a Sinnai. Un po’ fuori dal centro storico, in una piccola piazzetta conosciuta dai residenti come “piazzetta verde” (piazzetta Dessì) è presente uno dei famosi “semi della pace”. È doveroso spendere qualche parola in più su Sciola, uomo curioso con tanta voglia di conoscere e di confrontarsi; accogliente, grande oratore e narratore a cavallo di due secoli. Crogiolo interminabile di idee di rinascita culturale e sociale per la sua amata terra. La sua ricerca artistica inizia con la pittura e segue un binario parallelo con la scultura: legno e pietra, quest’ultimo poi prevarrà nella sua fase più matura. I suoi semi della pace sono il frutto della sua personale ricerca di pace e rappresentano il massimo della sintesi concettuale della pietra che si schiude al germoglio, alla vita e alla creatività. Lontano, quindi, da una mera concezione spaziale memore di Lucio Fontana e più intrisa di un sentimento spirituale proprio dell’artista e soprattutto dell’anima della pietra. 

Ritorniamo nei nostri passi, torniamo alla fontana tra via Roma e Via Perra. 

Imboccando via Roma si arriva nella piazza della chiesa di Santa Barbara, un tempio cristiano palinsesto di diverse epoche che richiede una bella visita con calma poiché custode di numerosi tesori di arte sacra. Nel 1995 lo studio d’architetti Delogu-Lixi firma il progetto per il rifacimento e la realizzazione di una nuova piazza per Sinnai. Le piazze, in assoluto nei piccoli centri, hanno da sempre rappresentato un luogo di incontro, un momento di relazione e di scambio: per Sinnai e per i sinnaesi “sa pratza e cresia” era questo e anche di più. Testimone di epoche passate dove il terreno risultava grondo della vita e della socialità di un tempo passato, l’intervento in un luogo di questo tipo non poteva che risultare davvero difficile da realizzare. Lo studio di architetti decise di coinvolgere una delle artiste internazionali più importanti per contribuire alla sistemazione del progetto, e fu così chiamata Maria Lai. La sua idea di arte era che essa dovesse entrare nella vita quotidiana delle persone ed essere alla portata di tutti; per questo l’artista era interessata alla relazione nel suo concetto più ampio: la relazione tra le persone, tra i linguaggi, tra le parole e tra la natura. 

Il suo intervento è stato solo di recente riscoperto perché, evidentemente, gli stessi abitanti non si sono più identificati nella piazza. Nel 2014 la Biennale d’arte di Venezia scelse il progetto come miglior cultura progettuale italiana. Cino Zucchi, curatore del Padiglione Italia e dell’allestimento Innesti/Graftings, lo ha scelto per rappresentare il concetto di “modernità anomala”, ossia la capacità «di innovare e al contempo di interpretare gli stati precedenti».  La piazza resta comunque, seppure con alcune criticità, un bell’esempio di riqualificazione urbana impreziosita da una fitta trama disegnata da Maria Lai, assolutamente da vedere (il progetto non fu realizzato del tutto, è mancante di una parte importante di risistemazione urbana di un palazzone che si affaccia sulla piazza).

E così, a pochi chilometri dal capoluogo è possibile fare una passeggiata per scoprire innesti d’arte che hanno bisogno di germogliare nuovamente. L’unico modo per farlo è dando loro il giusto valore, creando momenti di conoscenza e condivisione con chi vive questi luoghi e permettendo a tutti di abitarli, nel concetto più profondo e più ampio perché, come diceva Maria Lai “Non importa se non capisci, segui il ritmo”. Tutti ne saremmo decisamente più arricchiti. 

Valerio Deidda

photo credits by Andrea Ligas

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